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Michele Govoni – Ferrara

Critica di Michele Govoni al lavoro di Marco Rizzo

C’è stato un periodo della mia vita, grossomodo quello compreso tra l’adolescenza e la prima giovinezza, nel quale il pensare a Venezia riportava automaticamente la mente ai grandi quadri dei vedutisti. I cieli di Canaletto e i fondachi di Guardi divenivano, nella mia memoria, elemento di congiunzione tra esperienza vissuta e spirito immaginativo, conducendo da un lato la memoria stessa a rincorrere odori e sensazioni e, dall’altro, lo sguardo a ricercare nei dettagli un passato storico ancor presente oggi nelle calli di questa città straordinaria e malinconica. Poi è venuto Marco Rizzo con la sua “Città sommersa”.

E’ stata una specie di folgorazione fatta di elementi di novità, di grande talento fotografico, di ottima scelta compositiva e di messaggi con cui mai mi ero confrontato. Soprattutto, da quel momento, pensare a Venezia mi fa tornare alla mente le fotografie di Rizzo che come in un “Nuovo Inizio” cerca, almeno virtualmente e con un colpo di spugna, di purificare la sua città da quanto la deturpa, riconsegnandone il destino al potere delle acque dalle quali sembra essere sorta in un passato che affonda le sue radici nella leggenda. Il tema dell’acqua che lava via “peccato” e desolazione purificando quanto essa tocca non è certo nuovo.

Sufficiente è leggere qualche testo basilare della nostra cultura a partire dai Vangeli per arrivare alla Gerusalemme Liberata ed ai Promessi Sposi. Così come non è nuovo il tema della città sommersa e per questo divenuta leggendaria. Atlantide su tutte. L’operazione di Rizzo tende, però, a superare questi esempi del passato per proporre qualcosa di profondamente nuovo e unico. Rizzo ed il suo “occhio fotografico”, infatti, scompongono la città in singoli scatti. Ora, tratto fondante della tecnica fotografica è il suo “isolare”, in un solo scatto, quindi in un istante, la realtà da quanto le sta attorno, offrendo, al tempo stesso all’osservatore, una prospettiva immaginativa che va a “proseguire” quanto precedentemente isolato dal fotografo stesso.

Questo principio in Marco Rizzo è utilizzato per catturare un elemento veneziano, un lacerto nell’affresco di vedute che caratterizza la città, un esempio caratterizzante dell’essenza della sua stessa città. Nella rielaborazione che ne risulta, quell’istante è annegato, sospinto in profondità nel silenzio di abissi fino a quel momento inesplorati ed indagati, da quel punto in poi, dalle presenze subacquee che riempiono la seconda metà delle composizioni.

Marco Rizzo realizza, così, una doppia realtà in cui i silenzi dei fondali si mescolano al rumore sordo delle catene o dei legnami che piano piano si abbandonano al destino organico che ne distrugge forma, colore ed essenza. La medesima doppia realtà che sembra essere alla base dell’anima delle città nate sull’acqua. Le città sull’acqua, infatti, sembrano godere di ciò che le altre città non possiedono: una doppia anima. Venezia, città fondata sull’acqua tout court, non ne è esente.

Nel suo costante e duplice rapporto tra i suoi elementi caratterizzanti, terra e acqua, Venezia ha sa- puto mantenersi in equilibrio dedicando la sua essenza di città ad entrambi in egual misura. Cosa succederebbe, quindi, se, un ipotetico domani, l’acqua invadesse le calli e le piazze, sommergendo sotto la sua spinta purificatrice chiese, palazzi, architetture e sculture? Marco Rizzo con le sue fotografie si sospinge sull’onda di questa ricerca, producendo, non senza un profondo impatto emozionale, opere che parlano di un amore profondo: quello di un artista per la propria città.

 

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